Comunità Next - il quotidiano

18 dicembre 2017

Torino Film Festival: considerazioni sulla sua 35^ edizione

Ottavio Plini

Torino, 10 dicembre 2017

Il cinema è qualcosa di vivo, ma spesso, come nella tradizione iniziatico-religiosa, cade addormentato, dimentico di sé stesso, e vive la vita di qualcos’altro. Ci aspettiamo che il Cinema sia un’arte alla ricerca di qualcosa di profondo come le altre arti, però in modo diverso dalle stesse, ma sovente vive in una condizione di oblio, senza saperlo. Ha detto Peter Greenaway “Il cinema è troppo importante per lasciarlo in mano ai narratori di storie”: il Cinema dovrebbe esibire una vocazione ulteriore, rispetto a quella di raccontare storie già esistenti, limitandosi solamente a metterle più o meno elegantemente in scena.
Ma di tali aspirazioni è rimasto poco, nelle selezioni operate dal Torino Film Festival, probabilmente a causa dell’ulteriore taglio di fondi attuato della giunta corrente (anche se, il sottoscritto può rilevare, ogni anno si parlava di ulteriori tagli di fondi, ma pare che quest’anno si sia raggiunto forse un minimo storico, e ci si domanda a che pro, vista l’importanza che il TFF aveva nel panorama dei festival del cinema italiani, secondo solo a Venezia e pressoché alla pari con Roma).
Di autori di rinomanza internazionale particolare sono rimasti solo due, già fedelissimi del TFF in quanto se non altro già omaggiati durante precedenti edizioni con delle retrospettive: si tratta dei due originalissimi e sempre interessanti Julien Temple e Sion Sono. Il primo, con My Life Story (prima assoluta? L’internazionale Internet Movie Database lo dà tuttora in post-produzione), traccia, a grandi linee, mescolando elementi documentaristici con altri più visionari, la biografia del cantante inglese Graham McPherson in arte Suggs, con un brio estetizzante e vivace che gli è caratteristico, confermando il proprio interesse, rimasto quasi inalterato durante tutta la sua ormai lunga carriera, per la musica contemporanea e le relative co-implicazioni nella società anglosassone da cinquant’anni circa a questa parte; il secondo, Sion Sono, sempre più allucinato e visionario, racconta, con Tokyo Vampire Hotel, progetto poi da rendere televisivo, una vicenda delirante, sinistra nonché sanguinaria, ma anche divertente, che un po’ rimanda alle visioni dello scrittore Murakami (si pensi all’ossessione di quest’ultimo per il suo Dolphin Hotel), ma che tuttavia, dopo tutte le bizzarrie esibite dall’energico regista, lascia emergere un gusto ormai di maniera.
Altro, tra i fedelissimi del TFF, a meritare una menzione, sarebbe, a nostro giudizio, Eugene Green: ormai settantenne, sembra limitarsi a trasporre in scena alcune rivisitazioni del teatro barocco francese su cui ha costruito inizialmente la sua carriera, ma lo fa, in En Attendant Les Barbares, con tale finezza e sensibilità, nonché con tale devozione alla propria cifra stilistica, volutamente artificiosa, estetizzante e un po’ naif – dimostrazione, ci pare, di un’originalità e di una fermezza considerevoli, nonché fuori di ogni schema, commerciale o altro – ,  che non può che destare ancora ammirazione, benché, forse, appaia un po’ meno vitale e vigoroso rispetto ad una quindicina di anni fa: sempre ironico e pungente, anche rispetto a certi risvolti della modernità (con particolare antipatia per la cultura d’importazione americana, com’è sempre stato nelle sue corde), non manca di mostrare la propria inclinazione alla Fede, ma in modo laico o perlomeno profondamente umanista. Ribadiamo, ha perso forse qualcosa della sua vecchia vivacità, ma, appunto, relegato, al contrario dei due autori precedenti, nella sezione Onde, dove finiscono i film sperimentali e meno seguiti dal grande pubblico, ha dimostrato di saper suscitare ancora un certo interesse.
Non ci soffermeremo sui premi distribuiti ai film in concorso poiché ci risulta da alcune fonti che vi fossero profondi dissidi all’interno della Giuria, ciò che ha portato a soluzioni tutte di compromesso: così, se si può apprezzare la dolcezza della storia d’amore tra due deboli e diversi in Don’t Forget Me di Ram Hehari, a nostro giudizio pellicola però non così notevole, premiata come miglior film ed altro, o l’intensa performance di Emily Beecham, premiata come migliore attrice, che regge sulle sue spalle un film mediocre come Daphne, avvertiamo però tutta la problematica legata a scelte di laborioso accomodamento tra la sensibilità dei diversi giudici.
Tra i film in concorso, veniva inizialmente dato per favorito The death of Stalin: un brillante ed irriverente (ma senza eccessi) film storico sulle agitate fasi successive alla morte di Stalin, avvenuta il 5 marzo del 1953, quando diversi poteri, anche occulti oppure legati a certa religiosità (di questi ultimi non si parla apertamente nel film, tranne un accenno molto generico ai vescovi ortodossi, ma vi si accenna più che chiaramente per chi abbia orecchie per intendere), si mobilitarono per ottenere il controllo della situazione che si era venuta a creare: tutto messo magistralmente in scena, con varie sottigliezze, nella lotta tra il moderato Krusciov, che poi avviò la celebre “destalinizzazione” (anche se, come tenderebbe a sottolineare il film, adoperò anche lui metodi dittatoriali, pur certo meno violenti e sanguinari rispetto al suo predecessore), il finto stalinista Molotov (ex Primo Ministro e Ministro degli Esteri, firmatario con Joachim von Ribbentrop del famoso quanto provvisorio patto di non-aggressione con la Germania nazista; sua moglie venne imprigionata quattro anni prima della morte di Stalin, lui la riabbracciò subito dopo, ma continuò ad ostentare una fede verso il vecchio Compagno), il debole ed incerto vice designato di Stalin Malenkov, e l’agente segreto Berja, sanguinario, si racconta, ma ambiguo, che con la morte di Stalin cadde presto in disgrazia. Il film, comunque, non si limita ad essere meramente didascalico, ma si fa apprezzare anche per la sua vivacissima verve ironica, su cui ha puntato il regista italo-scozzese Armando Iannucci (definito “political satire’s messiah” dal The Indipendent), scegliendo addirittura, ad esempio, per il ruolo di Krusciov, Steve Buscemi, presente in numerose commedie firmate Jim Jarmusch, e per il ruolo di Molotov il quasi irriconoscibile Michael Palin, ex Monthy Python.
E se pure la miscela tra ricostruzione storica e sarcasmo può non sembrare la trovata più innovativa (già a livello cinematografico: a livello televisivo è poi un cliché, ed infatti viene dalla televisione il suddetto Iannucci), preferiamo comunque questa tonalità rispetto a quelle pompose de L’ora più oscura (il regista è Joe Wright, giovane film-maker fattosi notare per una delle tante, ma anche delle più apprezzate almeno nell’immediato, versioni di Anna Karenina, la sua infatti fu presentata dallo stesso TFF nel 2012), fuori concorso (perché già si punta al successo commerciale): una, pur ben fatta, ma pesante e pomposa, celebrazione della gloria dell’Impero Britannico guidato da Winston Churchill che prodigò tutte le sue forze, e quelle del Regno Unito, per opporsi alla Germania nazista, quando, all’inizio del 1940, la situazione sembrava disperata: nulla da contestare nel merito, ma i toni sembrano veramente esagerati, che si tratti del far passare l’incerto e pacifista Chamberlain per un filo-nazista o quasi (quando fu lui stesso a dichiarare guerra alla Germania, dopo molti tentennamenti legati al timore di una nuova guerra, e prima che lo sostituisse Churchill anche per sopravvenuti problemi di salute che avrebbero condotto lo stesso Chamberlain al letto di morte di lì a pochi mesi), al presunto ruolo della segretaria personale o della moglie di Churchill in alcune varie operazioni e nella disfatta, che però non viene fatta passare troppo come tale, di Dunkerque (con ammiccamenti al successo di C. Nolan Dunkirk), o ancora la scena, gonfia di retorica, in cui il nuovo Primo Ministo prende per la prima volta in vita sua la metropolitana e si fa incitare dai cittadini comuni (alcuni dei quali citano Shakespeare) a combattere: sotto questi aspetti, il film assume tratti sin troppo palesemente propagandistici ed autocelebrativi (di una Gran Bretagna messa attualmente in crisi nelle trattative successive alla Brexit?): senza nulla voler togliere alla magnifica e magnificata statura di Churchill, uno dei principali protagonisti della vittoria contro la barbarie fascio-nazista, ci piacerebbe ricordare le parole di David Cronenberg: “non penso che l’arte possa essere propaganda, in qualsiasi senso”.
Sempre fuori concorso, vorremmo considerare due film di ispirazione letteraria, ambedue ambientati oltremanica: Mary Shelley di Al Mansour e L’Uomo che Inventò il Natale di Bharat Nalluri .
Il primo, pur partendo infelicemente nel suo maltrattare l’ancor oggi geniale poeta Coleridge, descrive il rapporto tra le due sorelle Godwin-Wollstenecraft con i poeti Shelley e Byron: e naturalmente si concentra sul rapporto tra Mary Godwin, poi Shelley, e Percy Bisshe Shelley, ma i riferimenti a Gothic (1986) di Ken Russell (1927-2011) sono evidenti, finanche nelle citazioni puramente visuali, al punto da far pensare ad un remake, soprattutto nelle riunioni tra tutti e quattro (più il dottor Polidori) da cui, sembra, scaturirono, in alcune turbolente ed allucinate nottate del loro soggiorno ginevrino del 1816, in Villa Diodati di Byron, alcune idee ed ispirazioni di questi “poeti maledetti”: in particolar modo il Frankestein della Shelley appunto. Parlo di remake volutamente, poiché mentre il film di Russell (sebbene non sia considerato tra i più riusciti della sua eccezionale filmografia) aveva la genialità di soffermarsi su visioni psichedeliche ed immagini pittorico-oniriche (insieme a qualche sarcasmo metafisico-esistenzialista), quello di Bansour si perde di più in chiacchiere inutili: anche se rimane interessante l’idea di un Percy Shelley ossessionato, esotericamente e massonicamente (perché massone sappiamo che egli fu, insieme del resto a sua moglie nonché a Byron), dalla resa in poesia di qualcosa di perfetto che unisse angelicamente l’Uomo col Cosmo (visione contro cui lottarono, forse vittoriose, le profonde instabilità del suo temperamento), mentre Mary Shelley, in modo originale, ma, che si sappia, non accertato, viene indicata come colei che si identificò con la sua stessa creatura letteraria, il mostro del dottor Frankestein, l’essere più abietto, a causa dell’amarezza e del senso di umiliazione che le causò l’esser stata temporaneamente abbandonata dal marito.
Il secondo film letterario cui facevamo riferimento, L’uomo che inventò il Natale, è tratto di Dickens e del suo celebre Canto di Natale, in termini che scimmiottano non sempre felicemente un tratto magico-naif che potremmo dire un po’ à la Tim Burton. La cosa oltremodo interessante, anche qui, come in Mary Shelley di cui dicevamo prima, è che si riconducano i celebri fantasmi di Natale allo stesso vissuto, pur traslato e reinventato, di Dickens: la critica sociale dunque convive, come talora accade, con aspetti, talora irrisolti, della vita interiore.
Per concludere possiamo ancora citare qualche film italiano: non sono stati molto interessanti, neanche questa volta, purtroppo. Possiamo parlare di Aldilà dell’Uno di Anna Marziano, relegato nella sezione Onde, come dicevamo la sezione meno popolare per via della sua dimensione sperimentale: in essa si tratta di Amore, da Sant’Agostino ad Hannah Arendt, passando per interviste di solo apparente banalità, il tutto con un bizzarro taglio documentaristico che può anche suggestionare; oppure di Riccardo va all’Inferno di Roberta Torre, ennesimo rifacimento (questa volta musical) del Riccardo III di Shakespeare, che tenta forse di scimmiottare Julie Taymor e Baz Luhrmann, con citazioni qua e là di Dario Argento, Ken Russell, ed altri, ma alla fine, complice una ricerca del kitsch che sembra essere sfuggita di controllo, sembra aver convinto poco.
In conclusione non sapremmo definire il “simbolo” di questo TFF 35: perché se “simbolo” viene dal Greco antico “sum-ballo”, andare verso il centro, o qualcosa come perfino “unire ciò che è sparso”, cui è contrapposto “dia-ballo”, abbiamo assistito solo a visioni della realtà tutte molto frammentate e perfino accidentate (per questo si rimanda alla nostra introduzione): forse un segno dei tempi.
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